I pionieri dell'orgoglio gay
(il Tirreno — 25 novembre 2009 pagina 21 sezione: SPETTACOLO)
PISA. Una manifestazione gioiosa, colorata, come lo saranno tutte le successive. La prima in Italia autorizzata dalla questura, organizzata su scala nazionale. Era il 24 novembre del 1979 quando centinaia di omosessuali sfilarono per le vie di Pisa dando vita inconsapevolmente a un proto Gay pride, alla madre di tutti i cortei dell’orgoglio omosex. Erano stufi di essere sbeffeggiati, discriminati, picchiati in piazza Duomo. Le loro pubblicazioni raccontavano le “violenze sul posto di lavoro, a scuola e in famiglia”, la cronaca di omicidi e spedizioni punitive. Le “frocie violentate” alla fine dissero basta. Con canti, balli e striscioni che scandalizzarono e fecero storia. Trenta anni dopo Pisa le ricorda ancora: una mostra di immagini e documenti, un convegno, una festa a Pisa e un concerto della cantante Noemi a Lucca. Per riflettere e tenere alta l’attenzione, perché tanto s’è fatto ma il pregiudizio è ancora lì; la violenza, pure. Alessandro Chiti, 50 anni, oggi educatore in una scuola di Firenze, era studente a Pisa quando insieme al collettivo Orfeo partecipò all’organizzazione della marcia chiusa da un girotondo intorno alla Torre. Torna in prima fila per l’allestimento dell’esposizione dove compaiono tante delle foto che scattò quel giorno. Ricorda le prese in giro e i pugni per strada, bianchi e neri di tempi non lontani in cui si chiedeva rispetto non comprensione e compassione. Spiega la portata universale dell’evento, quando “divenne chiaro finalmente che manifestare per i diritti degli omosessuali voleva dire lottare per i diritti di tutti”. Come è nata l’idea del corteo? Quella manifestazione l’abbiamo voluta per protestare contro le aggressioni agli omosessuali che ci furono a Pisa e a Livorno nel’79. Noi del collettivo Orfeo eravamo appena nati. Volevamo reagire, ribellarci. Eravamo in contatto con il Narciso di Roma e dopo il no della questura capitolina a una manifestazione nazionale a Roma chiedemmo l’autorizzazione a quella Pisa che ce la concesse. Con che spirito siete scesi strada? Renderci visibili, quello era il nostro obiettivo. Per la prima volta, e con una manifestazione a livello nazionale. Noi del collettivo eravamo molto attivi, tutti studenti dell’università, ci muovevamo in un ambiente stimolante, aperto. Organizzavamo tante manifestazioni, cortei, proteste ma quella sorprese anche noi per l’importanza che ebbe. Fu la prima così importante e anticipò in tutti i sensi il Gay Pride. Che clima c’era in quegli anni, come si viveva da omosessuali a Pisa? Eravamo presi in giro, spesso, per strada, ci avvicinavano e cominciavano a deriderci. E capitava anche dopo gli sfottò arrivavano alle mani. Erano gruppi di ragazzi che non riuscivano ad accettarci, e le aggressioni erano molto molto frequenti. Io ero uno studente universitario a Pisa, anche io sono stato vittima per anni di questo atteggiamento, delle botte, più di una volta. Non in università, però. Si può dire anzi che è lì la coscienza degli omosessuali di Pisa maturò. Il collettivo Orfeo nacque proprio all’interno dell’ateneo, nell’ottobre del’79. Ne facevano parte studenti di Pisa, ma anche di Firenze. Sono passati trent’anni. Che cosa è cambiato? Credo che molto sia stato fatto per gli omosessuali, ma ancora tanto c’è da fare. Oggi esistono tante false libertà per gay, lesbiche, trans, per tutte quelle persone che comunque vivono una condizione di minoranza. È necessario farsi vedere, uscire, perché dobbiamo ancora guadagnarci spazi e diritti. Per non parlare degli attacchi fisici, continui, attuali come quelli degli ultimi mesi. Dobbiamo proporci, anche in modi diversi da quelli con cui poi i media ci rappresentano. Cosa ricorda di quel pomeriggio? Ricordo persone da tutta Italia, non solo omosessuali. Quella fu una manifestazione particolare, perché in quegli anni si organizzavamo molti cortei, proteste, ma quella fu diversa. Fu molto gioiosa, e questa caratteristica è rimasta nel nostro modo di fare lotta. Una manifestazione molto colorata, con canti, balli, slogan simpatici, provocatori. Ma la cosa interessante fu che non c’erano solamente i gay. C’erano studenti e rappresentanti di tutte le forze politiche extraparlamentari di quegli anni: compagni di Lotta continua, anarchici, femministe, militanti di Democrazia Proletaria. Parteciparono senza essere invitati. Fu significativo per voi? Molto, perché arrivarono da tutta Italia e non erano solo quelli che volevano combattere la violenza contro le persone glbt, gay lesbiche bisex e trans come si dice oggi. Allora fu chiaro che manifestare per i diritti dei gay significava lottare per i diritti di tutti, e c’era un senso di partecipazione collettiva che purtroppo oggi non esiste più. - Alessia Ripani








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